mercoledì 31 marzo 2010

Crolla soffitto della Domus Aurea

Crolla soffitto della Domus Aurea
www.corriere.it 30/3/2010

Una voragine ampia venti metri ha interessato la volta della «Quindicesima stanza». Nessuna vittima

ROMA - Nel giugno dell'anno scorso il sottosegretario ai Beni cul­turali Francesco Giro aveva annuncia il via ai lavo­ri per combattere infiltrazioni d’acqua e pericolo di crolli nelle Domus Aurea con l'obiettivo di riaprire entro il 2011. Troppo tardi. Una porzione di parte del soffitto della Domus Aurea, l'edificio voluto da Nerone dopo l'incendio che nel 64 dopo Cristo distrusse gran parte di Roma, è crollata. La parte della Domus Aurea crollata è quella del «grottone» cioè la volta dell'edificio. La Domus Aurea è chiusa per lavori di restauro dal 2005. Sul posto, per verificare i danni alla struttura Neroniana, ci sono i tecnici della sovrintendenza, oltre ai vigili del fuoco. Nel crollo non dovrebbero essere rimaste coinvolte persone. I vigili del fuoco sono al lavoro con unità cinofile e geofoni per capire se sotto la frana, che ha un ampio fronte, vi siano delle persone. Le ricerche hanno al momento dato esito negativo. Sotto al terreno franato non ci sarebbe nessuno, ma si vedrebbero le cassette di plastica con dentro i reperti archeologici.

CIPE E PROTEZIONE CIVILE - La Domus Aurea era chiu­sa dal 2005 per gravi infiltrazio­ni d’acqua. Nel 2009 Giro annunciò un intervento di due anni, al termine dei quali sarebbe stato aperto un percorso di visi­ta di 2.600 metri quadri. Il commissario straor­dinario Luciano Marchetti precisò: «Si tratta di una prima tranche di lavori che ri­guarda circa un terzo dell’area del complesso, quella orientale, dove si trova la 'sala Ottago­na'». L’importo annunciato fu di 3,2 milioni di euro coperti con finanziamenti Cipe (3 milioni) e della Protezione civile (800 mila). Un'or­dinanza della Protezione civile aveva nominato l’architetto Roberto Cecchi nuovo commissario per l’area archeologica di Roma (ha preso il posto di Guido Bertola­so). Con la nomina di Rober­to Cecchi per la Domus in pratica c'erano due commissari. Ma «Cecchi rinunci al compenso e usi quelle risorse per gli inter­venti sull’area», chiese Gian­franco Cerasoli, della Uil Beni culturali.
http://roma.corriere.it/roma/notizie/cronaca/10_marzo_30/voragine-colle-oppio-1602747107921.shtml

mercoledì 24 marzo 2010

Tèrmine

Tèrmine, epiteto di Giove presso Romani, come protettore di ogni diritto e di ogni fede; poi divinità indipendente che vegliava sui confini dei poderi e sa le pietre terminali. Il 23 febbraio (ultimo mese dell’anno nell’antico calendario) si celebravano le Tcrrninalia, festa dei termini (pietre terminali) su cui si poneva una corona e una focaccia, offerta al dio.

venerdì 19 marzo 2010

Il teatro romano di Teramo tra Alto e Basso Impero

Il teatro romano di Teramo tra Alto e Basso Impero

Il manifesto del 19 marzo 2010

Elisabetta Zamparutti

A Teramo esiste uno dei pochi esempi di coesistenza tra anfiteatro e teatro romano, peraltro uno dei primi in pietra edificato in età Augustea. Questo imponente parco archeologico è al centro della città, a pochi metri da uno splendido Duomo d'epoca successiva. Già negli anni trenta, il ministro della Cultura Bottai ne comprese il valore e decise di finanziare l'opera di recupero dell'area archeologica. Perché sulla cavea romana del teatro insistono due edifici di scarso valore, il caseggiato Adamoli e il palazzo Salvoni, che vanno demoliti per poter procedere nello scavo. Il progetto del 1938 venne recuperato nel 1998 quando l'allora il Ministero dei beni culturali prima dispose lo smantellamento di casa Adamoli e poi stanziò la somma relativa ai lavori: 910 milioni di lire.
Ma né la Sovrintendenza né il comune usarono quel denaro per esercitare il diritto di prelazione lasciando che la casa fosse acquistata da un'immobiliare che la cedette poi alla Regione. Nel 2006, il Comune di Teramo e la Regione Abruzzo ribadirono la volontà di procedere al recupero della cavea romana attraverso l'abbattimento di casa Adamoli e la regione stanziò 800.000 euro. Ma i lavori, avviati nel 2007, si arrestarono e, in un susseguirsi di dichiarazioni sulla volontà o meno di proseguire nell'abbattimento dell`edificio, ad oggi, per chi come me ha l'occasione di recarsi a Teramo, casa Adamoli risulta in via di consolidamento e restauro. È un colpo allo stomaco.
Ed altrettanto avvilente è sapere che vi sono 1.600.000 euro dei fondi Cipe (Comitato interministeriale per la programmazione economica) già disponibili per il recupero dell'area di cui però, a questo punto, non si comprende più la destinazione.
Ho chiesto più di un mese fa al Ministro dei Beni culturali con un'interrogazione parlamentare quali provvedimenti intenda adottare affinché sia ripreso e portato a compimento il progetto originario già in parte abbondantemente finanziato e che si basa su tre fasi: abbattimento del "caseggiato Adamoli", acquisto o esproprio di "casa Salvoni" e recupero integrale delle cave". L'ho fatto anche perché voglio che l'importante somma dei fondi Cipe venga utilizzata «giustamente» per i punti sopraelencati e non, come annunciato dalla Regione Abruzzo, per altre operazioni.
Non ho ancora avuto risposta e continuo a pensare che questa vicneda del recupero del teatro romano di Teramo testimoni come preziose opere dell'Alto Impero rischiano, a distanza di millenni, di essere travolte non tanto e non solo dal tempo quanto piuttosto dal Basso Impero in cui è immerso ormai il nostro Paese.

giovedì 18 marzo 2010

Imperatore Giuliano

Imperatore Giuliano

Viaggio tra scafi e marmi ecco come sarà il museo delle navi antiche di Pisa

Viaggio tra scafi e marmi ecco come sarà il museo delle navi antiche di Pisa
MARCO BARABOTTI
GIOVEDÌ, 18 MARZO 2010 IL TIRRENO - Pisa

I primi due lotti saranno inaugurati a dicembre

PISA. Viaggio tra scafi e marmi ecco come sarà il museo delle navi antiche di Pisa

Eccolo il futuro museo delle navi romane negli Arsenali Medicei. Lo abbiamo visitato in anteprima, per capire qual è lo stato effettivo dei lavori. Qui è tutto un cantiere, dove si lavora giorno e notte. Ci accompagna nella visita Andrea Camilli, il direttore scientifico di questo grande progetto destinato a diventare una punta di diamante nel panorama museale della città.
Scopriamone subito il fascino. Si entra dalla grande porta di ingresso degli Arsenale Medicei, sul lungarno, e attraverso l’androne, dove sorgerà la biglietteria, si arriva nel cortile interno, che funzionerà da snodo del futuro museo. Sulla destra, dove fino a qualche mese fa c’era la caserma della Guardia di Finanza, sarà creata la cosiddetta area dei servizi con bar accessibili anche dai lungarni, uffici e alloggi vari.
Dal grande cortile i cui lavori di rifacimento delle mura perimetrali sono un po’ indietro, entriamo a sinistra nel corridoio che è lo snodo principale di ingresso e di uscita del futuro complesso. A destra, nella prima campata, sono già a buon punto le strutture di allestimento. Qui troveranno spazio mostre temporanee. Nella seconda campata, si avrà un impatto visivo della grande scoperta delle “Antiche navi di Pisa”, con una ricostruzione di scene del porto pisano, mentre nella terza avremo quella del porto e della alluvione che determinò l’affondamento delle navi.
Nella quarte campata, sempre a destra, percorrendo il lungo corridoio dove tecnici e operai stanno lavorando alacremente, si parlerà di scienze applicate alla ricerca. Saranno messe a confronto gli scavi di terra e di mare, con le varie differenze. Un abbozzo di titolo a questa sezione è già stato dato: “Tecniche di restauro antiche e moderne”.
Da qui arriviamo alla quinta campata. I lavori sono già in fase avanzata. In questo padiglione è stato già creato un piano rialzato che si affaccia su un’altra ala del futuro museo, quella che sarà dedicata ai reperti trovati sulle navi. È, questa delle navi, l’ala forse più suggestiva di tutto il museo. Qui sarà collocata la nave denominata «D» ed un modello a grandezza naturale della “Alkedo”.
La nave «D» ha uno scafo di circa 14 metri a doppio fasciame, la nave ellenistica risale al II secolo a.C. ed è di media grandezza ed è stata rinvenuta totalmente smontata. «Dovrà essere un museo vivo, work in progress - dice Camilli - non solo per un pubblico di specialisti e vivrà in stretta collaborazione con il cantiere delle navi romane situato in prossimità della stazione di Pisa San Rossore. Sarà legato con un “cordone ombelicale” anche al centro per il restauro annesso allo scavo che è di per sé un patrimonio eccezionale».
La novità, in questo lotto, sarà la ricostruzione di un barcone fluviale dei renaioli trainato dai cavalli. E per rappresentare quelle atmosfere, sarà proiettato un documentario degli anni Trenta sulla vita dei renaioli.
Siccome lo scavo ha permesso di recuperare molti dei materiali che facevano parte del carico delle navi rimaste coinvolte e affondate in seguito alle alluvioni, tra le quali anfore vinarie di varia origine (gallica, iberica, adriatica e così via), a questi “pezzi” sarà dedicata un’altra sezione, quella appunto che si vede anche dall’alto, nel settore dedicato alle navi. Essi saranno collocati in ordine cronologico attraverso una grande rappresentazione a parete che, a colpo d’occhio, dirà il luogo di provenienza e il periodo. «Sarà un campionario - dice Camilli - unico di storia del Mediterraneo».
Un’altra novità, è la ricostruzione della stalla dei cavalli, nell’aspetto originale. È praticamente pronta. Si chiamerà “la stalla reale” o forse “Il cavallo del re”.
Nell’ala adiacente, si sta lavorando alla ricostruzione della “stanza romana”, affrescata di finto marmo, dotata di effetti speciali che ne faranno cambiare il pavimento di volta in volta. Lì accanto sorgerà anche una sezione dedicata alle tecniche di navigazione, ricostruendo quella che era la vita di bordo. Parallelamente continua l’attività del centro di restauro del legno bagnato a Pisa San Rossore, che resta un tour, a parte le vicissitudini degli allagamenti, di grandissimo interesse storico e archeologico che consente, in poco più di un’ora, di visitare gli scavi e i laboratori dove vengono sperimentate le tecniche di restauro e conservazione, uniche al mondo.
Esso sorge nell’area dove nel 1998 iniziarono a venire alla luce imbarcazioni risalenti a varie epoche storiche, dove è attivo uno degli scavi più importanti di questo secolo, un complesso archeologico di proporzioni inattese (quello che è stato trovato finora è forse solo la punta dell’iceberg). I fondali fluviali hanno infatti restituito ad oggi già 30 relitti di imbarcazioni spesso ben conservati, di tutte le dimensioni, affondate i quest’area nell’arco di diversi secoli. Qui infatti correva l’Auser, e pare che la causa dei naufragi in epoche diverse siano state le disastrose piene fluviali, veri e propri tsunami che spazzarono via le navi col loro carico.
Al lavoro oggi ci sono una sessantina di studiosi e tecnici; fra le scoperte più recenti, le ossa della gamba di uno schiavo con un anello con catena alla caviglia, il palo che segnalava l’incrocio fra il fiume e un canale, il nome di una nave (”Alkedo”, il Gabbiano) scritto in caratteri greci sulla fiancata, e ancora la stiva di una nave carica di spalle di maiale, un’anfora che conteneva pasta d’acciughe, anfore con vino, olio e cereali, vasi di vetro, monete, gioielli, pettini, calzature. Numerosi anche i resti umani e le ossa di animali domestici ed esotici.
Ritroveremo tutto questo agli Arsenali Medicei, in gran parte a dicembre, quando saranno inaugurati i primi due o tre lotti del museo.

mercoledì 17 marzo 2010

Esempio di mosaico romano da Cartagine

Esempio di mosaico romano da Cartagine

domenica 14 marzo 2010

Esempio di mosaico romano


Esempio di mosaico romano

La villa romana continua a stupire

La villa romana continua a stupire
Giovedì 11 Marzo 2010 L'ARENA

Altri importanti ritrovamenti nel sito archeologico al cimitero di Castelletto, ma sono indispensabili immediati lavori di restauro

Riportati alla luce un mosaico un sorprendente sistema di riscaldamento a pavimento e una fibula femminile

Continua a stupire il sito archeologico della villa romana ritrovata, alcuni anni fa, al cimitero di Castelletto di Brenzone.
Durante i lavori di scavo per l’ampliamento del cimitero, sul retro della chiesetta di San Zen de l'Oselèt, dove erano stati riportati alla luce resti perfettamente conservati di una villa romana, in questi giorni è stato ritrovato anche un pavimento a mosaico.
Ma, quel che più impressiona, è che è stato svelato anche un sistema di «riscaldamento a terra» del tutto simile ai più moderni impianti oggi in uso nelle case più tecnologiche. Inoltre, sono stati ritrovati anche alcuni oggetti antichi, tra cui una fibula femminile, con tanto di meccanismo funzionante, di scarso valore economico ma di sorprendente valore storico.
Negli anni scorsi l'amministrazione comunale guidata dall'allora sindaco Giacomo Simonelli, grazie a contributi della Soprintendenza, a fondi regionali e comunali, aveva messo in sicurezza il sito che, negli ultimi mesi, è stato ricoperto in modo da proteggerlo dalle intemperie.
I lavori proseguono e, con le novità di queste ultime settimane, l'amministrazione di Rinaldo Sartori, a breve dovrà prendere una decisione su cosa fare a Castelletto.
Il sito archelogico, infatti, si sta rivelando ancora più importante, ricco e sorprendente di quanto già fosse chiaro all'epoca del suo ritrovamento, nel 2005.
Vista l'estensione della villa romana e degli altri reperti, il sito rischia di divenire incompatibile con la struttura cimiteriale in cui oggi è inserito.
«È stato riportato alla luce un ambiente con mosaico geometrico a tessere bianche e nere e "sospensurae subpavimentali", cioè un impianto di riscaldamento», illustra Brunella Bruno, della Soprintendenza ai beni archeologici del Veneto.
«Il tutto molto raffinato e con una buona tecnica costruttiva. È stato trovato pure il frammento di un oggetto metallico, una fibula femminile, che ci aiuterà a comprendere in maniera più circostanziata e a datare l'occupazione avvenuta in epoca alto-medievale».
Poi la responsabile della Soprintendenza lancia un vero e proprio appello: «Il mosaico necessita di un intervento di restauro urgente. Interrarlo di nuovo in queste condizioni si potrebbe rischiare di non ritrovarlo mai più. Non abbiamo però fondi sufficienti per un restauro e anche l'area della villa, alle spalle della chiesa, avrebbe bisogno di opere di consolidamento: le pietre dei muri si stanno staccando e crollano sui piani pavimentali». Conclusione: chi può si faccia avanti al più presto per salvare «uno dei siti archeologici più importanti dell'intera regione Veneto».
Soddisfatto, anche se un po' preoccupato per come dovrà affrontare da un lato l'aspetto culturale e, dall'altro, quello economico e logistico, il sindaco di Brenzone, Rinaldo Sartori spiega: «Stiamo collaborando con la Soprintendenza per cercare di fare il meglio per questo sito importantissimo. La Villa di Castelletto è l'unica romana finora ritrovata lungo le sponde orientali del Garda, sicuramente confrontabile per estensione e articolazione delle strutture, con i complessi abitativi privati nella fascia spondale bresciana, quali le ville trovate a Sirmione, Toscolano e Desenzano».
«Vogliamo», conclude, «aprire al pubblico il complesso e dare evidenza agli interventi eseguiti sotto la supervisione della Soprintendenza. O il 17 o il 24 aprile, nell'ambito della Dodicesima settimana della cultura, faremo una giornata di porte aperte alla presenza di rappresentanti del ministero per i Beni culturali».
Inoltre, il sindaco vorrebbe organizzare «percorsi didattici collaborando con gli alunni dell'istituto tecnico per il turismo di Castelletto che, facendo esperienza professionale, potrebbero aiutarci a organizzare visite guidate».

venerdì 12 marzo 2010

Anfiteatro di Arles

Anfiteatro di Arles

Agape - Villa dei Misteri di Pompei

Agape - Villa dei Misteri di Pompei

L’età della conquista. Quando Roma s´innamorò della Grecia

La Repubblica 12.3.10
L’età della conquista. Quando Roma s´innamorò della Grecia

Ai musei Capitolini la prima di cinque mostre sull´arte dell´Impero: così nacque quell´idea di classicità che fonda il pensiero occidentale
Si possono vedere alcune "Teste grandiose", fregi e una serie di arredi
Alcune opere provengono da Santuari altre da Monumenti onorari
Viene proposta una ricostruzione del patrimonio artistico dell´epoca

ROMA. Il ciclo di cinque mostre sull´Antico concepito da Eugenio La Rocca e Claudio Parisi Presicce comincia ora con la prima dedicata a L´Età della conquista. Il fascino dell´arte greca a Roma quando Roma pone le basi di quello che sarà l´Impero dilagando dalla Spagna all´Oriente, tra il terzo e il primo secolo a.C. E´ il tempo in cui i romani, guerrieri poco dediti alle arti e alla cultura, conquistano la Grecia e ne restano conquistati quando scoprono il fascino di una eccelsa tradizione rendendosi progressivamente conto della necessità di assimilare quel sapere che rafforza i potenti nobilitando l´esistenza.
La mostra vuole raccontare un momento decisivo nella storia delle culture, un fenomeno che si può riscontrare in tante altre tradizioni orientali e occidentali. La stessa cosa accadde, infatti, in Giappone nel momento della assimilazione della cultura cinese, lo stesso è accaduto ben oltre la caduta dell´Impero romano nell´impatto tra culture nomadi, che non costruiscono edifici perché si spostano in continuazione, e culture stanziali che utilizzano il marmo e la pietra formando la struttura urbana.
Ma non c´è dubbio che l´impatto della cultura greca su quella romana costituisce quasi il fondamento stesso della nostra cultura e del nostro modo di vedere le cose a distanza di oltre duemila anni. Siamo alle radici del nostro sapere.
Gli antichi romani avevano sviluppato una formidabile macchina militare e organizzativa, avevano forme di tecnologia avanzata specie nel campo dell´idraulica e dell´ingegneria, ma per molto tempo non ebbero i presupposti per una maturazione in senso umanistico. Scaturiti da una complessa commistione di popoli italici e etruschi furono poi giudicati dalla storiografia, a partire dal quinto secolo d.C. fino a oggi, come esponenti della suprema civiltà antica ma solo tardi giunta a un´idea ben precisa di classicità. Ecco il punto ed ecco il problema storico-critico che la prima mostra del ciclo de I Giorni di Roma vuole affrontare. Come nasce il concetto della classicità e in che misura è vero che la eletta cultura greca riuscì a penetrare nelle teste dure dei romani fino a civilizzarli e orientarli verso ideali oggi considerati come la quintessenza dell´Antichità capace di nutrire poi in egual misura i geni del Rinascimento italiano, i rivoluzionari francesi del diciottesimo secolo, i padri della nostra Costituzione dopo la seconda guerra mondiale?
Il patrimonio artistico risalente al III-I secolo a.C. ci è pervenuto disgregato e danneggiato. Gli ordinatori della mostra hanno proposto una acuta ricostruzione con una intelligenza e una dottrina incomparabili. Il criterio storiografico di indagine è semplicissimo. Siamo nell´epoca ellenistica caratterizzata da fervore e animazione delle immagini, cariche di pathos e di ardenti passioni. I personaggi veri e quelli della mitologia sono raffigurati sovente da artisti di alto livello per presentare al mondo intero una sorta di saga in cui la storia reale transita sul piano dell´arte con l´orgoglio e la magnificenza di una civiltà che avverte oscuramente di aver raggiunto esiti difficilmente superabili nel campo della politica, dell´economia, della stabilità sociale, dell´idea stessa di progresso. I Romani conquistano militarmente questo mondo e opere d´arte greca affluiscono a Roma nei trionfi dei condottieri che considerano l´opera d´arte come un trofeo attestante un traguardo conseguito.
Così i curatori della mostra hanno convocato una ampia messe di opere che devono farci capire questo fenomeno epocale. Alcune provengono da Santuari per ricordarci la immensa produzione di statue votive o di culto. L´ellenismo era scaturito dalle acquisizioni definitive di giganti dell´arte come Fidia. E proprio di gigantismo è necessario parlare perché si sviluppa nella cultura greca l´idea dello ieratico e del colossale. Le immense sculture che giacevano sovente come compresse nelle celle dei Templi venivano a affiancarsi e talvolta a sostituirsi agli antichi idoli in terracotta, di minori dimensioni e di più sobria formulazione. Tutto o quasi è annichilito di quel mondo orgoglioso e solenne ma alcune Teste grandiose, alcune sculture come quella della Giunione Cesi dei Musei capitolini o certi fregi come quello bellissimo della Galatomachia fungono da efficace ricordo. Poi ci sono i Monumenti onorari tra cui alcuni frammenti notevoli dei Cavalieri dal Tempio di Giunone Sospita di Lanuvio ( oggi a Leeds) e ritratti importanti di persone celebri come Cicerone. Infine tutta una serie di arredi che fanno vedere come si vivesse "alla greca" mentre i costumi funerari evidenziano una più forte sopravvivenza di quella semplicità romana che Catone il censore tentò di opporre al dilagare della moda ellenica. Si capisce come fosse fondamentale il dibattito interno alla società romana tra i magistrati e i militari, tutti orientati verso l´assimilazione della dottrina e del fascino greco ma in modi diversi. A Roma arrivano artigiani, medici, artisti, studiosi, provenienti dalla Grecia e la vicenda storica si dipana tra la presa di Siracusa e Taranto nel terzo secolo e quella di Corinto nel primo. L´immagine del Dio greco diventa un modello di riferimento nella cultura romana fino a sollecitarne comportamenti trasgressivi in un´ottica non troppo diversa dalla diffusione della cultura rock nell´Italia democristiana.
La Rocca, nel suo bellissimo saggio in catalogo, si diverte a ricordare come emblematica una vicenda raccontata da Vitruvio. Il sommo architetto Deinokrates non riusciva a farsi ricevere da Alessandro Magno, uomo dottissimo ma troppo preso dal lavoro militare e amministrativo. Un giorno Alessandro è in tribunale e entra nell´aula Deinokrates, che pare fosse un gran bell´uomo dall´ aspetto maestoso, nudo unto d´olio, coronato di foglie di pioppo, coperto solo da un vello di leone e con la clava in mano. Insomma si era travestito da Ercole secondo le prescrizioni della grande statuaria. Alessandro lo invitò immediatamente a un colloquio.

mercoledì 10 marzo 2010

Le maschere del teatro romano vanno in mostra a "Histrionica"

Le maschere del teatro romano vanno in mostra a "Histrionica"
VEGA PARTESOTTI
MERCOLEDÌ, 10 MARZO 2010 LA REPUBBLICA -- Bologna

Dal 20 marzo l´esposizione con reperti da musei regionali

Nel mondo romano il teatro godeva di grandissima popolarità, pur non avendo la funzione sociale che rivestiva nella cultura greca: in ogni città romana di una certa rilevanza accanto ai templi, al foro e alle terme, veniva costruito un edificio riservato alle rappresentazioni e i personaggi delle commedie erano ispirazione per elementi decorativi, affreschi e mosaici che ornavano le case dei più benestanti. Questi ed altri aspetti del ruolo del teatro nella civiltà latina sono il tema di "Histrionica", una grande mostra che si apre il prossimo 20 marzo a Ravenna, ospitata nel trecentesco complesso di San Nicolò, dove resterà fino al 13 settembre. Organizzata dalla Fondazione RavennAntica con il sostegno della Fondazione del Monte, l´esposizione raccoglie reperti straordinari provenienti da tutti i musei archeologici dell´Emilia Romagna e dal museo archeologico di Napoli: da qui provengono ad esempio due statue bronzee originariamente situate nel teatro di Ercolano e un gruppo di quindici maschere in gesso provenienti da Pompei, probabilmente dalla bottega di un artigiano, che si pensa servissero come modelli per realizzare le maschere vere e proprie utilizzate in scena dagli attori. Un´altra sezione della mostra racconta il teatro romano, con i suoi generi e i suoi drammaturghi: oltre ai più famosi Plauto e Terenzio, tra questi figura anche un antico bolognese, Lucio Pomponio, che come avvenne molti secoli più tardi con la Commedia dell´Arte, diede dignità letteraria al genere popolare delle "farse atellane".

domenica 7 marzo 2010

Gente, gens

Gente, gens, indica a Roma l’insieme delle persone discendenti dal medesimo capostipite, di cui continua il nome, pur dividendosi in vari rami. All’epoca storica, pur conservando questi tratti fondamentali, la gens fa parte di un organismo politico, comprende un certo numero di famiglie, ciascuna col suo capo, legate tra loro dalla comunanza del nome (ad es. Iulus, figlio di Enea e di Venere, dà origine alla gens Iulia, i cui membri portano il nome Iulius), dal culto (Lar Familiaris o Genius Natalis è la raffigurazione del capostipite: dii Manes, i geni degli altri defunti), dagli interessi politici, La gens non è dunque opera del legislatore nè pura associazione politica.

Giureconsulto

Giureconsulto, colui che viene consultato intorno al diritto. ma, la patria del diritto, furono da prima custodi della legge i Pontefici, poi (V sec, a. C.) uomini competenti: le formole tenute segrete vengono rese pubbliche: nell’età imperiale si hanno i più celebri giureconsulti: al tempo di Adriano le due scuole dei Proculiani, fondata da Procolo, e dei Sabiniani, fondata da Capitone; al tempo di M. Aurelio fiorisce Gaio, autore delle Institutiones, e sotto i Severi, Ulpiano e Paolo. L’opera dei grandi giureconsulti di questo periodo passa in gran parte nelle grandi compilazioni dell’epoca di Giustiniano: il Codice di Giustiniano (529 d. C.) in 12 libri; il Digesto o Pandette (533 d. C.), che raccoglie in 50 libri gli scritti dei migliori giureconsulti: le Institutiones (533 dC.), inspirate a Gaio; le Novelle, raccolta di costituzioni promulgate da Giustiniano dopo il Codice.

Impérium

Impérium, all’età repubblicana il potere illimitato degli alti magistrati; la potestas indica il semplice potere amministrativo; l’imperium un diritto anche sugli individui; imperium domi, potere giudiziario a Roma; imperium militiae, potere militare fuori della cinta del pomerium importava il diritto: di auspici dentro e fuori Roma; di arruolare e comandare l’esercito; di convocare il popolo fuori di Roma nei comizi curiati; giurisdizione; diritto di coercizione. Era il diritto supremo dei re, a vita; col 509 a. C. è diviso tra i consoli, con la durata della carica per un anno; in casi particolari poteva essere esteso ad un tempo maggiore; ad es. Publilio Filone nel 327 come proconsole; Cesare per 5 anni.

Carico di una nave romana


Carico di una nave romana

mercoledì 3 marzo 2010

Pretesta

Pretesta, toga che aveva tutt’intorno un orlo di porpora: era portata dai magistrati e dai giovanetti fino all’età virile, quasi che a questi si dovesse lo stesso rispetto che ai magistrati.

martedì 2 marzo 2010

Sàlii

Sàlii, collegio romano dei sacerdoti di Marte che si suddivideva in due, di 12 persone ciascuno; i Salii del Palatino e i Salii del Quirinale; questi meno importanti. Loro ufficio era specialmente la custodia dei 12 scudi sacri (ancilia), conservati sul Palatino. Celebravano due feste: in marzo per mettere in movimento gli scudi ed in ottobre per restituirli al riposo. Caratteristica della processione era la danza (donde il nome di sali salio= danzo) detta tripudium; danza grave dai movimenti molto semplici. I loro canti erano detti axamenta, Ornamento specifico dei Salii nell’esercizio delle loro funzioni, era il pileus, di cuoio o grassa lana, rinforzato con cerchi di bronzo e terminante in alto con l’apex.

Senato

Senato, era a Roma l’anima e il centro dello Stato; aveva la tutela della religione, amministrava le rendite della repubblica, governava le province, esercitava una sorveglianza sui magistrati, dirigeva gli affari esterni, giudicava i magistrati e ogni cittadino accusato di veneficio o di congiura, prelibava le proposte di legge, di cui nessuna poteva essere presentata ai comizi se prima non aveva avuta la sua approvazione. I senatori erano prima 300 poi diventarono 600, ed erano nominati dai censori. Da principio erano tutti patrizi; ma Servio Tullio vi aggiunse anche dei plebei insigni, che furono chiamati conscripti, per distinguerli dagli altri che si chiamavano patres. I senatori vestivano il laliclavio, portavano scarpe particolari con la lunula, e nel teatro avevano speciali posti d’onore.

Sella

Sella, era il tipo di sedia più comune, senza spalliera e senza bracciuoli, mentre il thronus aveva schienale e bracciuoli, e la cathedra solo lo schienale. Sella curulis (originariamente quella del cocchiere — currus —) fu intesa più frequentemente la sedia ufficiale propria di parecchi magistrati romani. Sella equestris era la sella del cavallo, e in questo senso specifico sella, da solo, si ha al IV sec. d. C,; in origine non si usava; la gualdrappa, più o meno imbottita, fu considerata indegna di uomo armato.